Non ci credo ancora di averlo visto. E' dalla terza media che aspettavo questo momento.
Arriviamo davanti al Mandela Forum con un'ora abbondante di anticipo. Il tempo di spazzolarsi un panino con la salsiccia e dare un'occhiata agli improbabili bardamenti dei fans in trepidazione. O forse, l'unica in trepidazione ero io. Nell'aria c'è quella tranquillità e quella lentezza che solo una popolazione dark può creare. Niente urla, niente degenero pre-concerti.
Quando mancano 15 minuti all'ora X lascio il biglietto di Piero al box office (che è atterrato da Londra alle 18 A ROMA!.. Una corsa contro il tempo) e faccio il mio ingresso con Peppe nel Palasport. In realtà non c'è tantissima gente.

Ore 21 e 15, buio in sala. Urla impazzite (questa volta anche le mie) riecheggiano del palazzetto. Si vedono ombre dietro al sipario, fumo, candele. Una voce inconfondibile.
Pantaloni di pelle, camicia nera senza maniche. Caschetto corvino, un ciuffo impeccabile, braccia tatuate (i suoi unici inconfondibili tatuaggi) e occhi leggermente truccati da degno testimonial di John Galliano, quale è adesso.
E' un Marilyn Manson cresciuto, un quarantenne che non delude i veri fans, quelli innamorati della sua musica, non di perizomi e leggende metropolitane. Un musicista frontman di un gruppo di altri musicisti sopraffini. Il MIO Manson, non quello dei fansettini pieni di spunzoni e zatteroni malefici.
Scaletta doc, pezzi nuovi e pietre miliari (stupenda l'esecuzione della cover Tainted Love). Intonato, forse più che nei dischi, espressivo ma non eccessivo.
Sputacchia ogni tanto sì, ma non sulle prime file, come dicevano maligni disinformati. Si tocchicchia i gioielli di famiglia, ma non più di qualche vecchio senese al bar della contrada. Agita un tricolore che un fan gli porge da sotto il palco. Lancia bottigliette d'acqua ai fans accalcati e accaldati. Un Marilyn addolcito forse dalla vita mondana, dal jetset, da un amore finito ma che l'ha segnato. Nei testi dei suoi nuovi pezzi campeggiano più I LOVE YOU che I FUCK YOU.
Nonostante il concerto fosse estremamente godibile anche da lontano (relativamente.. A 10 metri dal palco si stava già larghi) decido di trascinare Piero (che nel frattempo s'è fatto Roma-Firenze in 2 ore e 10) nell'impresa del "sottopalco". Nisba. Vengo risucchiata in un vortice di zeppe, pance sudate, spunzoni acuminati, sigarette accese, pugni e calci. Una demente munita di polsino di pelle borchiato mi piazza un destro contro la spalla. DOLORE VERO. Piero, testimone del mio precario stato di salute mi tira per la maglia finché non siamo fuori dal gruppo di esagitati. Qui gli unici indemoniati sono i fans, non certo il Reverendo.
Comunque, morale della favola. Grande Marilyn. Mi piaci anche così anzi forse di più.
Ecco qui uno spezzone del concerto.. Notare le animazioni sullo sfondo... 







